Mi piace, lo compro! L’acquisto emozionale nel post-lockdown

Durante una visita a uno Studio d’Artista non è raro il caso che un visitatore chieda d’impulso all’Autore di acquisire un’opera. Nella mia esperienza di curatrice ho visto acquistare nelle esposizioni d’arte molto più spesso con questa modalità “emozionale” che non prendendosi tutto il tempo per valutare. Quindi mi sembra utile soffermarmi su questa tipologia di acquisto, destinata a divenire sempre più la preferita soprattutto di questi tempi.

Innanzitutto nell’Art & Finance Report 2019 di Deloitte e ArtTactic troviamo conferma che nel caso di acquisto di opere d’arte, la motivazione al puro investimento, che supporta il gesto del collezionista, è di molto inferiore alla motivazione emozionale. Infatti alla domanda “Emozione vs. investimento: perché acquisti arte?” solo il 2% dei collezionisti ha risposto indicando il puro scopo di investimento, mentre il 33% ha indicato scopi di collezionismo puro, quindi emozionale, mentre il 65% scopi di collezionismo ma in una ottica di investimento.

Se l’emozione gioca quindi un fattore importante nella decisione di acquistare un’opera, è nel corso di una visita allo Studio di un Artista che, grazie al tempo a disposizione e alla minima presenza di altri interlocutori, si creano le condizioni per l’instaurarsi di una relazione più fluida con l’Artista , foriera di futuri acquisti e committenze. Condizioni preziosissime soprattutto dopo mesi di lockdown, poiché è stato dimostrato che l’isolamento e le restrizioni di contatto dovute alla pandemia hanno prodotto uno shock psicologico in tanti, anche nelle persone più equilibrate: ci siamo trovati davanti alle domande fondamentali della vita – chi siamo, quali sono le cose importanti per noi, cosa vogliamo per il futuro. E in qualche caso anche cosa vogliamo lasciare dopo di noi.

Scegliere di portarsi a casa un’opera d’arte oggi significa trovare rispecchiamento dei valori fondamentali della propria vita, quelli su cui abbiamo tanto ragionato in questi mesi in cui abbiamo visto cambiare molti dei nostri riferimenti. Certo, vi potrebbero essere anche esitazioni legate alla liquidità del momento, ma quell’opera d’arte che ci ha colpito a livello emotivo, ribadisce la nostra essenza, parla di noi, della nostra parte migliore, delle nostre aspirazioni. Conferma per primi a noi stessi, durante la nostra quotidianità, l’obiettivo di bellezza a cui tendiamo o ci sforziamo di tendere con ogni nostro gesto. E quante volte non abbiamo esitato a mettere in gioco la nostra possibilità economica per ciò che ci fa stare bene o per ciò che vogliamo sostenere? Del resto, anche Peggy Guggenheim iniziò così: considerata una delle figure di collezionismo più influenti del Novecento, Peggy acquistò secondo il suo gusto, durante la seconda guerra mondiale, numerose opere a prezzi bassissimi, che formeranno la base della sua collezione e concorreranno alla sopravvivenza stessa del mondo artistico.

Vi è una sorta di colpo di fulmine quando scopriamo che il percorso dell’Artista, così differente per tempi e luoghi, ha prodotto un’opera che ci rispecchia così intimamente. A quel punto, possedere quell’opera rappresenta il culmine del piacere, la conferma del nostro gusto, della nostra idea di bellezza. E l’Artista – meraviglia! – vi è arrivato esattamente come noi raggiungiamo i nostri obiettivi di vita: con visione, costanza, sperimentazione, intuizione, tecnica.

Visitando uno Studio d’Artista possiamo infatti toccare con mano tante storie che sono anche le nostre storie: vi leggiamo il racconto di tutti tentativi non andati a buon fine, ma anche della cocciutaggine di superare i limiti, dell’impulso di aprire sempre nuove strade, del vivere attraverso una costante progettualità, dei traguardi raggiunti che lasciamo dietro di noi, come segno del nostro passaggio nel mondo. Dal canto suo l’Artista ci parla delle tecniche che insieme ai vari Maestri ha sperimentato e poi abbandonato, ci parla della perseveranza, e del sacrificio, e del coraggio, che servono per concretizzare una idea, degli strumenti inventati per riuscirci, del fatto che si sente vivo solo nella Bellezza, che ha bisogno di costruire continuamente, dei riconoscimenti avuti.

L’opera d’Arte che ci ha così tanto colpito, ma che, tentennando, magari, non abbiamo acquistato subito, resterà dentro di noi. Come un tarlo, come un sogno ricorrente. Ci testimonia che avremmo dovuto seguire quella spinta interna, congenita e immutabile, quell’impulso naturale, inclinazione o disposizione, quella forza innata chiamata istinto, che lo sappiamo bene: non tradisce mai.

Carla Tocchetti

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