Matrici lecorbusiane in Giovanni Ronzoni Artista

Essere più artista o più architetto? il dilemma non esiste più da un centinaio di anni. Aveva già infranto questa dicotomia nei primi decenni del XX secolo il grande Corbu, Le Corbusier (1884-1965), architetto e urbanista, intellettuale-simbolo dell’era moderna. Un cervello lucido e duttile, fucina di idee e applicazioni legate non solo all’abitare ma prima di tutto alla vita stessa dell’Uomo, aveva decretato per il Maestro francese un successo oceanico.


Giovanni Ronzoni aveva documentato le interessenze di Corbu, che fu designer ma anche pittore e scultore, attraverso l’esposizione-mèmoire realizzata al MAC di Lissone nel 2003 in collaborazione con la Fondazione Le Corbusier di Parigi. Una lezione che l’Artista-discepolo lissonese ha interiorizzato come presupposto del suo operare. Come nei progetti lecorbusiani che ruotano in forme differenti attorno ad alcune forti intuizioni centrali, anche nella poetica di Ronzoni la multiespressività diventa fondamento, ma sopratutto per la sua capacità di sollecitare il pubblico attraverso più livelli di comunicazione. Lo testimoniano le migliaia di fotografie che l’Artista ha pubblicato in pochi anni, comunicando se stesso e l’opera e il suo contesto, sul suo seguitissimo profilo Instagram.

Nel solco di Corbu, Ronzoni ha accumulato nell’arco di qualche decennio esperienze di fotografia, pittura, scultura, installazioni, progetti materici, di architettura e design, a volte mixando gli elementi per produrre inedite possibilità comunicative. Come la poesia visiva, nata da un concetto neoavanguardista, che egli considera e attualizza soprattutto come epifania comunicativa, in grado di intercettare e coinvolgere pubblici sempre più ampi. In un certo senso Ronzoni potenzia nell’Arte la funzione comunicativa, che era solo in embrione nel pensiero sociale di Le Corbusier: “Disegni, quadri, sculture, libri, case e progetti, per quanto mi riguarda personalmente non sono che una sola e identica manifestazione creatrice rivolta a diverse forme di fenomeni” (1953).

Corbu aveva certamente intuito, ben prima della rivoluzione comunicativa introdotta dai nuovi media nel dopoguerra, che il dialogo con la società non poteva esser efficace se non sostenuto dalla riflessione sulla dimensione dell’Uomo nel mondo. E infatti aveva sviluppato tecnicamente il Modulor, la celebre scala di misurazioni standard basate sulle proporzioni del corpo umano, sulla successione di Fibonacci e sulla sezione aurea. Tuttavia, a dispetto della sua perspicacia, la mancanza di confronto con gli stakeholders fruitori delle sue soluzioni urbanistiche, lo aveva esposto a forti critiche e in qualche caso addirittura al rifiuto del suo lavoro.

Giunto alla maturità artistica dopo un percorso di successo come architetto, Ronzoni riparte dai minimalia lecorbusiani con una fortissima attenzione alle infinite possibilità di apertura e progresso offerte dalla comunicazione: trasforma le biodiversità artistiche in progetti comunicativi, anche collettivi, che possano accompagnare il pubblico ed essere fonte di ispirazione nella vita quotidiana, esattamente come Corbusier lavorava agli Objets à rèaction poètique. Poetica come principio di connessione, come ricerca di un alfabeto universale, presente in tutte le forme viventi: “Frammenti di elementi naturali, schegge di pietra, fossili, pezzi di legno, queste cose martirizzate dagli elementi, l’usura, l’erosione, la dissoluzione, eccetera, non solo hanno delle qualità plastiche, ma anche uno straordinario potenziale poetico”… come la vertebra salvata dalla cremazione della moglie Yvonne, scomparsa qualche anno prima, che Corbu portava sempre con sé, in tasca o sulla scrivania.

Carla Tocchetti

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